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La Ghianda


La morte presso gli antichi egizi




Il concetto di MORTE presso tutti i popoli antichi è sempre stato visto e vissuto in maniera molto particolare, assai diversa dall'attuale.Noi viviamo la morte con atteggiamenti molto diversi: chi la vive con paura chiedendosi tutta la vita che cosa troverà dopo e soprattutto SE troverà qualcosa; chi la vive con paura perché pensa che con la vita fisica finisca tutto - spesso queste persone si affannano a lavorare per lasciare qualcosa di sé che ricordi il loro passaggio su questa terra - ; c'è chi la vive con indifferenza, attendendola senza entusiasmi e senza disperazione… insomma, una cosa è certa: noi viviamo la morte come una perdita: che sia per noi stessi che perdiamo tutto ciò per cui abbiamo vissuto, che sia per chi rimane che la vive come la perdita definitiva di chi ama (ci sono persone che non si riprendono più dalla morte di un proprio caro - spesso di un figlio -).Ad ogni modo, qualsiasi sia il nostro approccio con la morte, per tutti noi rimane come qualcosa di astratto, di intangibile. Per gli antichi non era così: per tutti i popoli e in particolare per gli Egizi, la morte era una dimensione reale! Reale come la vita: una persona moriva ed era come se facesse un viaggio per giungere ad un altro mondo, una dimensione parallela alla nostra in cui la vita proseguiva nella stessa identica maniera di prima ma con un vantaggio, quello cioè di incontrare di persona i propri Dèi, anzi, diviene egli stesso un dio. Infatti, anche gli Dèi in Egitto (ma come anche tra i Celti) erano persone reali come noi. Entriamo nel particolare. Già il solo pensare alle architetture egizie ci può aiutare ad avere una prima idea dell'importanza che la morte avesse per questo grande popolo. Solo le tombe e i templi erano costruiti in pietre dure e resistenti (talmente resistenti che sono giunte ai nostri giorni), mentre le dimore dei vivi, fossero case di contadini o palazzi reali, erano costruite di fragili mattoni di fango e paglia. Il Tempio era la dimora del dio, la tomba la dimora del defunto. Max Guilmot (autore di "Iniziati e Riti Iniziatici dell'Antico Egitto") cerca di riassumere in poche parole il pensiero egiziano riguardo alla morte: "Nascere è ricevere l'Energia. Morire è restituirla all'universo. Vivo, l'uomo partecipa; morto, è in comunione tornando all'Oceano in cui turbina l'Energia". C'è una frase egizia che si incontra spesso parlando dell'atto del morire dì per sé stesso: "Passare al proprio Ka". Il Ka è il doppio energetico di ciascun essere vivente. In origine il Ka si identifica con il Tutto il quale poi, infonderà una particella di Ka ad ogni essere che si incarnerà in Terra, che l'illuminerà per tutta la vita. Quando poi l'uomo morirà, restituirà il Ka all'universo. Lo scopo dell'esistenza però, non è restituire un Ka identico a quello ricevuto alla nascita. Il Ka è un "capitale" che va fatto fruttare per partecipare all'eterna espansione del cosmo, al suo divenire. Ed ecco quindi, che l'uomo egiziano viveva sottoponendosi alla legge di Maat. Ora qui si entra un po' nel complicato: bisogna distinguere Maat come Dea e la Maat come legge. Vi risparmio di spiegarvi chi è Maat perché è veramente una cosa complicata, bisogna entrare nella mistica egizia per capirlo fino in fondo (ad ogni modo la ritroveremo alla pesatura del cuore del defunto). Per quanto riguarda la legge è intesa in due modi: sia come legge e quindi regola di vita comune, che come regola di vita morale e spirituale. "Io sono Maat, giusto di voce. Io sono Maat, statua vivente della bellezza dalle forme perfette. Io sono Maat, il soffio che agita gli orifiamma del dio. Tu sei Maat quando canti. Tu sei Maat quando dormi, tranquillo. Tu sei Maat quando sorridi. Lo scettro del re è Maat. Lo scalpello dello scultore è Maat. Maat è l'accetta del falegname e la zappa del contadino è Maat. La pianta rettangolare del tempio è Maat e anche la levigatezza del sarcofago così come il calore che riscalda la pietra della Soglia. Maat è presente nella musica del flauto nel vibrare ritmico del sistro nei suoni, infinitamente puri, dell'arpa. Tu sei Maat quando lavori. Tu sei Maat quando fai fluire l'acqua che irriga. Quando ami, tu sei Maat. Il bambino che smette di piangere è Maat. Il guerriero che risparmia il nemico è Maat. Il medico che cura e conforta è quello di Maat. A Maat appartiene la luce, Maat respinge l'ombra. Maat è il tuo sole interiore." Sul piano individuale, la Maat equivale al concetto di altruismo. Agire per gli altri, è esaltare la Maat. La Maat si oppone all'errore, all'egoismo, alla menzogna. Quando il corpo muore, lo spirito del defunto deve raggiungere l'Aldilà. Questo periodo di transizione per gli Egizi, era particolarmente pericoloso perché le forze negative dell'universo potevano intervenire e creare caos, compromettendo così la buona riuscita del viaggio del defunto. Tutte le formule che troviamo nel famosissimo Libro dei Morti, altro non sono che formule per scongiurare qualsiasi intoppo che l'anima potrebbe trovare nel viaggio. · All'inizio di questo lungo viaggio, bisogna attraversare Sekhet, una palude piena di piante acquatiche che si trasforma in campo fertile e pieno di orzo e frumento. Qui il defunto (chiunque egli sia, contadino, re o scriba) ara, semina e miete con il falcetto le spighe cariche di chicchi come altrettante promesse di resurrezione. · Dopodiché raggiunge Sekhet Aaru, dove miriadi di oche e anatre spuntano dai boschetti di papiro. Allora si scende dalla barca e ci si immerge per una prima purificazione. Fin qui, si errava in un mondo intermedio dove gli influssi della vita terrena erano ancora percepibili; da questo momento, si varca un confine dal quale è impossibile fare ritorno. · Si entra così nel Sekhet Hotep, una zona inondata e navigabile. Il defunto cambia imbarcazione e sale su una nave divina, con la prua ornata dall'Ujat, che fende leggera le onde rigeneratrici del Nun, procurando calma e riposo al suo pilota. · Dopo qualche tempo si sfocia in un bacino stretto e sinuoso, il lago Kha, luogo misterioso dove il sole s'inabissa prima di rinascere. · Il viaggio allora può proseguire e la barca che trasporta il morto naviga sul Mer-Sab, il Lago del Lupo, aureolato dalla luce di Anubi che segna la transizione tra la notte e il giorno. Anubi ora è al centro della barca e tiene per mano il defunto, i cui occhi si riempiono di meraviglie. · A questo punto l'acqua evapora in milioni di goccioline e si approda sull'As-N-Sasa, l'Isola di Fuoco. Questo bagno assicura la rigenerazione del defunto, sbarazzandolo definitivamente di tutto ciò che di mortale ancora in lui persisteva, che viene sublimato prima che le porte della sala di Maat (il Tribunale di Osiride) si aprano. · La psicostasia, o pesatura delle anime, è la parte più famosa ed importante del viaggio del defunto. Protagonista è la bilancia: sul piatto di sinistra viene posto il cuore da pesare, sul piatto destro la piuma di Maat. Secondo gli egizi, il cuore era la sede dell'intelligenza: tutte le azioni e le parole di un uomo passano attraverso di esso, ecco perché il cuore non può ingannare. Insomma, alla fine, quando il defunto è giustificato, può accedere alla vita eterna, divenendo egli stesso un dio. Come abbiamo visto all'inizio, per gli Egizi, tutto ciò era reale come la vita di tutti i giorni e questo spiega anche il corredo funebre che chiudevano nelle tombe assieme ai corpi mummificati. Vi erano carri, barche, sedie e mobili a volontà ma non solo: c'erano anche moltissimi ushabti, le statuine che rappresentavano servitori, scribi e accompagnatori, proprio come se dovessero partire per un viaggio e trasferissero con sé tutti i loro averi. Per gli Antichi Egizi, la Morte era l'inno alla Vita e, per dirla come Christian Jacq: "In una tomba egizia, non si avverte mai la presenza della morte: ciò che i geni artistici dell'Antico Regno ci hanno trasmesso è infatti la vita nella sua eternità."



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